La Musica di Manfredi Clemente

VaresElectronique presenta
un talentuoso compositore di musica concreta Italiano.
Ecco a voi Manfredi Clemente.

Come potresti definire la tua musica?

Se parliamo della mia attività compositiva, allora continuo a definire ciò che faccio musica concreta, espressione che da un certo punto in poi ho adottato e sostituito al più moderno acusmatica, e che ho notato comincia a riemergere anche fra i miei coetanei e fra i più giovani (anche se spesso l’idea che se ne ha è vaga e imprecisa). Ma oltre alla composizione, ci sono anche le altre mie attività, quella di improvvisatore, che è nata quasi per gioco negli studi dell’Università di Birmingham, e il field recording, che mi ha sempre interessato e che in qualche modo si fonde a entrambe le precedenti.

Quali sono le teorie e gli obiettivi dietro la tua attività compositiva?

È difficile definire obiettivi precisi o univoci per le mie varie attività.. di base direi che c’è ovviamente un forte fascino per il suono e per quello che con il suono si può esprimere. Spesso paragono l’attività del comporre – un termine considerato desueto su cui però sono intenzionato ad insistere – a quella della scrittura di un testo poetico. Penso che il principio di base dell’ascolto, almeno quando ci rapportiamo a un brano concreto o acusmatico, sia quello dell’esplorazione delle immagini sonore che il compositore ci propone. In questo senso immagino un brano come una somma di spazi svolta su un asse temporale e dunque esplorabili… e il fine ultimo che immagino è proprio l’esplorazione in sé. Nell’esplorare si innesca un meccanismo di evocazione di significati e sensi che sono nostri e di nessun altro: si potrebbe dire dunque che esploriamo noi stessi. Per questo in una mia piccola introduzione alla musica concreta che una volta mi chiesero di scrivere, usai la metafora di un orecchio che ascolta se stesso.
Per tornare alla tua domanda, nel comporre (e forse anche nell’improvvisare – il mio obiettivo è stimolare questo ascoltarsi: i miei lavori sono innanzitutto un mio personale mezzo per ascoltare me stesso, e poi uno strumento che spero possa essere utile nello stesso senso per il pubblico dei miei concerti o per chi ascolta in privato. Ovviamente a questo si affiancano ragionamenti d’altro tipo.. nel raggiungere quell’obiettivo finale voglio anche confrontarmi con la storia tecnica ed estetica del far musica in generale, e in particolare del far musica concreta. Mi piacerebbe, nell’arco della mia vita, riuscire a sfuggire ai cliché manieristici di certa sperimentazione e trovare anche solo una soluzione espressiva che possa essere considerata una novità. In un’intervista a un periodico siciliano, Salvatore Sciarrino disse una volta che l’arte è di tutti ma non si dà a tutti. Vedremo che ne sarà dei miei tentativi.

E il field recording?

Quella è una pratica che in qualche modo ho conquistato lentamente. All’inizio pensavo fosse un modo per accumular materiale da sfruttare nelle mie composizioni. Da qualche anno ormai mi ritrovo sempre di più a registrare con un approccio più paesaggistico, tanto che la maggior parte delle volte preferisco prese del suono ampie, ariose, lunghi ‘piano-sequenza’. Diciamo che il paesaggio sonoro è un modo che ho trovato per unire la mia passione per il suono e il piacere dell’escursionismo, soprattutto in Sicilia. Per questo, imitando altri che già lo fanno, ho deciso di dedicare una sezione del mio sito alle mie registrazioni paesaggistiche.

Da dove provieni musicalmente e come hai realizzato la tua musicalità?

Non sono uno di quelli che può vantare un talento musicale evidente sin dall’infanzia, anzi… A 13-14 anni ho cominciato a studiare la chitarra jazz, blues e bossa, per poi diventare un pessimo chitarrista. Quei generi musicali però mi piacevano parecchio già da ragazzino e mi hanno in qualche modo segnato. Consumavo i CD di mio fratello e mia sorella, insistendo sempre su alcuni: Keith Jarrett a Tokio (1996) e i concerti di De Andrè con la PFM sono un paio di quelli che mi vengono in mente, ma c’erano varie altre cose spesso assurdamente eterogenee (e a volte anche piuttosto trash). In realtà però la mia vera origine musicale è quella del DJing: quando avevo 15-16 anni circa ho cominciato ad appassionarmi di reggae e roots e a comprar vinili, a organizzare qualche festa in giro per la città. Poi pian piano ho conosciuto la musica Dub, l’IDM, certa ottima Dubstep underground del primo decennio degli anni 2000 (di cui ho una buona collezione in vinile, soprattutto dell’etichetta Tectonic). Parallelamente però ho anche saputo apprezzare il repertorio classico e più tardi anche quello barocco. Non sono mai riuscito però ad esaurire in un genere musicale tutta la mia curiosità, per cui la ricerca è stata continua ed estenuante, fino all’approdo al Conservatorio (dopo qualche anno di studi presso la facoltà di Scienze Biologiche), dove ho finalmente scoperto la musica contemporanea, il repertorio elettroacustico e così via.. Direi che più che avere un talento, una musicalità innata, me la sono andata costruendo negli anni, con fatica e con tanti ascolti, studiando il più possibile, sempre con l’idea di aver tanto da recuperare.

Presenta il tuo nuovo lavoro:

Dopo un periodo piuttosto lungo di composizione intensa dovuto al PhD a Birmingham, sono in una fase di studio del mio stesso “catalogo”. Sto cercando di capire quello che ho prodotto in questi ultimi 4 anni, ovvero negli anni in cui la mia produzione è nettamente cambiata e maturata e a cui appartengono anche i brani recentemente pubblicati da Denis (Obs). Ho un lavoro, ultimato da poco, che è ancora da presentare ufficialmente in un concerto pubblico e che spererei di pubblicare presto. Si intitola Buificazioni ed è frutto di una collaborazione con l’autore teatrale Dario Enea, palermitano anche lui, ispirata alle Illuminazioni di Rimbaud. Lui ha scritto un testo in aforismi che io ho poi messo in musica, alternando a un aforisma letterario uno musicale. Al momento sto lavorando a un brano commissionatomi da Audior, in cui ho raccolto la sfida di ispirarmi a un fatto naturale, per di più ritratto in fotografia, cosa che non avevo mai fatto prima. Ultimo ma non ultimo, prenderò presto parte a un progetto europeo sul paesaggio sonoro che vede protagonisti il GMVL, gli Amici della Musica di Cagliari e Tempo Reale, e che mi vedrà impegnato in registrazioni sul territorio sardo. Per quanto riguarda aspetti più generali del mio lavoro attuale, posso dire che sto cercando di controllare meglio il mio stile, avvicinandomi a forme e rapporti fra le parti della scrittura acusmatica più essenziali: sogno quella complessa semplicità di certi lavori di Pierre Henry così come di Kurtag o Scelsi.

Qual è l’idea di performance che concepisci per la tua musica?

Oggi come oggi c’è nella musica elettroacustica una tendenza ad adottare modi della performance propri di altri campi, e in particolare del clubbing. Non ci si rende però conto di quanto questo possa risultar ridicolo nel momento in cui tutto ciò che definisce la ritualità del clubbing viene a mancare. Succede infatti che per imitare il dj ci si perda in una serie di scelte esteriori che hanno poco senso: senza chiedersi perché si decide di star di fronte al pubblico, illuminati, magari semi-nascosti dal fumo, a ruotare potenziometri con gesti slegati dalla produzione del suono. Tutto ciò non mi interessa affatto: non lo vedo come una bella commistione, ma come un tentativo un po’ triste di accattivarsi pubblico. Se parliamo di un concerto di musica concreta, allora l’acousmonium è il mio strumento ideale. Curando l’acousmonium degli Amici della Musica di Cagliari e suonando per quattro anni con il BEAST ho imparato a capire questi complessi strumenti: decine di casse (più di cento nel caso del BEAST) che circondano il pubblico, sulle quali si distribuisce il suono originariamente inscritto in pochi canali.. è un’esperienza unica, in cui però l’interprete è (o dovrebbe essere) defilato, lasciando intendere che il suo lavoro non è cosa di cui far spettacolo per gli occhi. Anche qui infatti il gesto fisico non è collegabile dallo spettatore a ciò che succede, e pertanto non lo si mostra in maniera evidente, cercando di incoraggiare la concentrazione sull’ascolto piuttosto che sulla visione: i concerti più efficaci che abbia fatto erano nel buio totale.
Nel caso invece di un set di improvvisazione dipende molto dal tipo di concerto: a volte si può esser parte di un ensemble che include anche strumenti, e allora è bello stabilire il classico rapporto frontale col pubblico dato che almeno in parte il rapporto di causa-effetto è ristabilito, e che certi meccanismi di interazione fra musicisti tornano evidenti all’occhio. Ma se parliamo del mio solo con il no-input mixing board, la posizione frontale con luminarie puntate non è affatto necessaria; mi basta avere, da parte del pubblico, concentrazione.
In generale sono anche molto interessato al tipo di esperienza che posso offrire tramite l’ascolto a casa, sia su altoparlanti che in cuffia, che permette di stabilire un rapporto molto più intimo con i brani musicali. L’uso di dinamiche naturali nei miei brani è pensato proprio per stimolare l’avvicinarsi dell’ascoltatore alla sorgente, per stimolare quell’esplorazione di cui parlavo prima.

Qui trovate il sito di Manfredi Clemente:

http://www.manfrediclemente.it